Ha generato diverse polemiche la notizia salita alla ribalta delle cronache secondo la quale sembrerebbe che Facebook stia manipolando manualmente i trending topic per evitare che – soprattutto negli Stati Uniti – emergano argomenti troppo conservativi. Nonostante la secca smentita di Zuckerberg e la promessa di un’investigazione interna le acque non sembrano volersi calmare, anche a causa (o grazie) di un documento che il Guardian è riuscito a recuperare e che sembrerebbe confermare addirittura l’esistenza di vere e proprie linee guida per la selezione degli argomenti.

Al di là dell’episodio specifico (per intenderci, sono tendenzialmente contro l’esistenza di un filtro “umano”), mi sono fermato a riflettere su alcune domande un po’ più a largo respiro: gli utenti sarebbero in grado di gestire un flusso non filtrato di notizie? Come sarebbe internet se fossimo bombardati da uno stream in tempo reale di contenuti? Quanto il successo di Facebook rispetto a – per esempio – Twitter è determinato proprio dal suo algoritmo e dalla sua capacità di far emergere contenuti interessanti dalla massa?

Le risposte non sono sicuramente semplici e non credo basti un post su un blog per chiudere la discussione, ma io mi sono fatto un’idea ben precisa. Vediamo se riesco a farmi capire…

Credo innanzitutto che in un mondo come quello di oggi in cui la mancanza di tempo è una costante, l’esistenza di algoritmi che “premasticano” quanto siamo destinati a leggere è essenziale. Perché ci permette di concentrarci su ciò che ci interessa e ci permette di eliminare quel fastidioso rumore di fondo che il proliferare di contenuti di più o meno discutibile qualità inevitabilmente genera. Certo, dobbiamo essere bravi nell’insegnare alle macchine quelli che sono i nostri desideri: altro motivo per cui sono un amante di tutti quei sistemi che ci consentono di rendere espliciti i nostri comportamenti, se consapevoli dei rischi e dei benefici che tutto questo comporta.

Ho dato personalmente il benvenuto al nuovo algoritmo di Instagram – alleluja –, doverosa innovazione per un ecosistema che vuole continuare a vivere in un futuro sempre più caotico. Penso che uno dei principali motivi per cui oggi Twitter stenti è proprio l’incapacità di fornire agli utenti contenuti rilevanti. Il suo punto di forza storico, il real time, non è più sufficiente a incuriosire e attirare nuovi utenti e no, non basta l’aver introdotto il “While you were away”. Gli utenti fanno fatica a navigare all’interno dei miliardi di cinguettii che ogni giorno vengono gettati sulla rete. Avere un qualcosa che mi faccia emergere gli elementi importanti per me è fondamentale (come ad esempio la funzione Today di Feedly). C’è dietro una mossa pubblicitaria, la stessa che ha mosso Facebook a tagliare la reach organica, è ovvio, ma io vedo solamente il beneficio che porta a me in quanto utente.

C’è il rischio che questo approccio consegni nelle mani di pochi – pochissimi – player il controllo dell’informazione online? Stiamo andando verso un “1984” reale? Vedo tutto questo come un’ipotesi molto remota. Forse ho una visione particolarmente ottimistica del tema, forse semplicemente mi ritengo abbastanza in grado di valutare se e quanto sono validi i contenuti che intercetto in rete. Ad oggi non mi sono mai sentito “derubato” di conoscenza o tenuto all’oscuro di argomenti scottanti. Mi è andata bene? Probabilmente sì. Vorrei (ri)prendere completamente in mano la selezione delle notizie che leggo che fino ad oggi ho demandato consapevolmente ad una macchina? Neanche con una pistola puntata alla testa. In estrema sintesi, dio salvi gli algoritmi.

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